ILARIA MACCHI
arte e cultura contemporanea
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Oltre il giardino
Tipo di progetto
Mostra
Data
27/05>23/07 2023
Luogo
Villa Nigra, Miasino (No)
Ruolo
Curatrice
Con
Asilo Bianco
Artisti in mostra
Lorenzo Gnata
Leila Mirzakhani
Linda Carrara
Matteo Giuntini
Barbara Stimoli e Titta C. Raccagni
Dirigersi Oltre il giardino significa pensare il legame tra noi e la natura come una vera e propria relazione tra soggetti viventi che vivono nello stesso mondo, comprendere che tali relazioni hanno una portata sociale e politica non indifferente in un periodo storico come il nostro, in cui è drammaticamente urgente la ricerca di un’alternativa all’attuale vita tra umani, e tra umani e non umani, con la speranza d’inventare modi originali di abitare la terra.
I giardini storici del Lago d’Orta sono esemplificativi di una ricerca di bellezza e benessere che passa dalla progettazione, dalla ricerca e dalla cura di varietà arboree locali ed esotiche. Ne sono un esempio i giardini di Nigra, quello della Villa omonima che ospita questa mostra, e quello di Villa Monte Oro. Ma anche il giardino dei semplici di Miasino e quello del Sacro Monte di Orta: esempi diversi di giardino accomunati da un fare poetico che avvera quella metafora sempre attuale che vede i giardini non solo come luoghi fisici ma anche come spazi dell’anima.
Le filosofie di ogni tempo e cultura hanno preso in prestito l’immagine del giardino come metafora di un luogo interiore da coltivare con cura, in cui seminare essenze diverse che insieme compongono un equilibrato e rigoglioso ecosistema, un paesaggio dell’anima che è promessa di serenità e felicità eterna: giardini paradisiaci in cui vivere eternamente come promesso dal Corano, il Giardino dell’Eden, i giardini zen in cui cercare equilibrio e pace.
Paradiso è una parola persiana che significa proprio giardino recintato (pairidaeza da pairi, intorno, e daeza o diz, muro, mattone o forma): il Giardino dell’Eden era infatti un luogo protetto e sicuro al cui interno una vegetazione lussureggiante garantiva felicità e benessere a umani e animali, che vivevano in pace tra loro. Al di fuori, la natura selvaggia e pericolosa, priva di dominazione umana. Un contrasto tra bene e male, tra protetto e pericoloso, tra cultura e natura, di cui fanno le spese Adamo ed Eva nel momento in cui commettendo il primo peccato infrangono l’equilibrio naturale fra sé e il resto del creato e sono così cacciati dal Giardino-Paradiso.
Il giardino è il luogo dell’innocenza e della giustizia, dove si può dare soluzione al disorientamento dell’umanità: ma in quanto tale esso è anche simbolo di profonda ricerca interiore; è il mistero svelato, la meraviglia e il piacere assoluti: la riconquista di una dimensione perduta. Il giardino è anche il luogo in cui la natura si piega secondo la volontà umana sino a coincidere con il sogno di una natura perfetta e al tempo stesso perfettamente dominata dall’uomo; è il momento della trasformazione dell’infinito in finito, e come tale luogo di tranquillo rifugio: sia per l’ordine interno che si contrappone al disordine esterno – il conosciuto allo sconosciuto -, sia anche per la dimensione finita che lo rapporta alla vita dell’uomo.
L’esegesi, la mistica e l’immaginario folklorico cristiani si nutrono del simbolo del giardino e si accentrano attorno a esso: gli eventi fondamentali delle sacre scritture si svolgono in un giardino. Ma il giardino per essere tale deve avere tre caratteristiche fondamentali: deve essere limitato, conchiuso, ben riconoscibile rispetto all’altro da sé, a quanto giardino non è; deve essere caratterizzato da un armonico equilibrio di natura e cultura, cioè da uno sviluppo della natura continuamente controllato e indirizzato dalla volontà umana, da un costante rapporto dialettico fra le proposte della natura vegetale e le risposte a carattere architettonico dell’uomo; limiti spaziali ed equilibrio fra il naturale e l’umano debbono tradursi in un rischio costante, in un pericolo.
La bellezza della natura selvaggia e spontanea non viene negata ma è percepita come rischiosa e peccaminosa: la natura dominata e controllata del giardino diventa allora simbolo di un universo antropocentrico in cui gli umani non solo regnano ma addirittura sono creatori.
Si instaura così una dualità tra selvaggio e civile, che si riflette anche nella progettazione dei giardini. La recinzione, il muro divisorio, ha un significato concreto: il giardino è dolce e grato se visto dall’interno, per chi ne ha la proprietà e per chi può fruirne; è duro, ostile, inviolabile e a volte invisibile se considerato dall’esterno. Le cosiddette erbacce vanno estirpate, nessuno spazio lasciato alle specie spontanee, dominate le infestanti. Ma cosa succede quando si permette alla vegetazione di stratificarsi spontaneamente, lasciandosi sorprendere dagli esiti e dalla meta di una direzione non determinata? È quello che accade nella pratica artistica di Matteo Giuntini che lascia spazio all’intuizione spontanea, di provenienza sconosciuta come alcune piante i cui semi sono trasportati dal vento o dagli animali. In CORIANDOLO (Prendi e butti) un fiore tracciato a carboncino racchiude una medaglia di ispirazione medievale, un ex voto. Il tocco spontaneo della natura irrompe con fiamme di colore che conquistano il primo piano, in quel gioco di stratificazioni e casualità che caratterizza i giardini più belli e che con un tocco di ironia stravolge i piani dei giardinieri meno accaniti e più concilianti con l’auto-organizzazione delle piante. Giocosità e ironia trovano spazio nel lavoro di Giuntini anche nella scelta dei titoli delle opere: parole libere si accostano ai lavori in un gioco con lo spettatore che ricorda le tecniche di fantasia di Rodari.
Boschi e selve sono i luoghi del pericolo, i luoghi dove le protagoniste e i protagonisti delle favole si avventurano affrontando belve feroci, notti di tempesta, personaggi inquietanti. Percorrendo la foresta i personaggi si perdono, ma una volta usciti e dopo aver affrontato incredibili avventure, si ritrovano cresciuti, cambiati, in grado di affrontare in maniera diversa le vicende (di solito tragiche) che li attendono a casa. Il selvaggio conduce in un percorso di presa di coscienza, di consapevolezza: mettendo di fronte ai pericoli reali del mondo costringe a far affidamento su sé stessi.
Wilderness will bring you much happiness, scrisse Derek Jarman.
Selvaggio è anche spontaneità, istinto, abbandono del sentiero tracciato per immergersi in una ricerca di consapevolezza assolutamente personale, interiore, auto determinata.
Cosa sarebbe di noi se ci fosse dato camminare unicamente in giardino o lungo un viale?
Cercare i propri percorsi personali, essere creatori di un proprio modo di attraversare il paesaggio che abitiamo, è qualcosa di istintivo e necessario, come dimostra la teorizzazione dei “desire paths”, percorsi spontanei creati dal ripetuto passaggio di persone su aree diverse da quelle indicate da marciapiedi e viali pavimentati. Il concetto è antico, ma il termine "percorso del desiderio" è stato apparentemente coniato nel 1958 da Gaston Bachelard nel suo libro La Poétique de l'Éspace. I percorsi del desiderio in genere sono scorciatoie, percorsi più immediati rispetto a quelli deliberatamente tracciati e costruiti. Una volta che il sentiero è stato ripetutamente calpestato attraverso la vegetazione, altre persone e animali tenderanno a percorrerlo e il costante calpestio eroderà l’erba fino a lasciare emergere un percorso chiaramente visibile.
Emerge ancora una volta il ruolo degli umani come “creatori”. Creare è attività costante dell’umanità, che ora più che mai occorre svolgere con un approccio più sensibile, più poetico, ecologico (nel senso di una relazione con la natura e ciò che non è umano), considerandosi abitatori della natura, parte integrante di essa. Creare percorrendo, ascoltando e inoltrandosi nella vegetazione, più che dominando, controllando, costruendo. In Camminare, H. D. Thoreau, scrive: la vita è stato selvaggio. Quel che è più vivo è più selvaggio, e quel che non è ancora soggetto all’uomo lo rinvigorisce. Se vogliamo proteggere gli animali selvatici dobbiamo garantire loro una foresta in cui possano vivere e a cui possano far ricorso. Lo stesso accade per l’uomo.
Se come afferma la teologa femminista Sally McFague le diverse istanze di sfruttamento, economico, sociale e ecologico, sono connesse, ecco che diventa necessario pensare il legame tra noi e la natura come una vera e propria relazione tra soggetti viventi, perseguendo una ecocompatibilità in accordo con la stessa esistenza, garanzia di un ambiente di qualità dove si percepisce il benessere complessivo del dialogo antico, nel quale non solo uomini, piante e animali, ma anche le pietre hanno voce. Creare e costruire i propri spazi esteriori e interiori lasciando spazio anche al selvaggio, diventare giardinieri-poeti. Agire una poetica del fare rivolta alla bellezza, conoscere in profondità i paesaggi racchiusi nel giardino-anima, coltivarlo con saggezza.
Come scrisse Pia Pera in Contro il giardino. Dalla parte delle piante, per progettare un giardino è indispensabile la presenza di un paesaggio in cui della natura resti almeno un’ipotesi, una possibilità, un ricordo non troppo lontano.
Il giardino è espressione creativa rivolta al futuro, richiede generosità (indispensabile per piantare alberi che non vedremo mai nel pieno della loro bellezza), richiede sete di libertà, responsabilità.
Non è scontata la portata sociale e politica di una simile concezione. Occorre coinvolgere e responsabilizzare le persone nei progetti di paesaggio, serve la collaborazione di tutti per cambiare la direzione in cui il nostro pianeta si sta dirigendo. Il pensiero ecologico riguarda i diversi livelli che condizionano la nostra umanità e il nostro divenire. Questi diversi livelli toccano il benessere e il malessere del nostro organismo, del nostro ambiente, delle nostre comunità, delle nostre istituzioni, dei nostri linguaggi ecc.
Dammi l’acqua
dammi la mano
dammi la tua parola
che siamo
nello stesso mondo.
(Fatti vivo, Chandra Livia Candiani)
Dammi la mano. È il tatto che più di ogni altro senso ci permette di prendere consapevolezza che davvero siamo tutti su questo mondo: umani, piante, animali, pietre.
McFague propone che la relazione tra soggetto (ragione) e natura/materia (oggetto) sia considerata, invece, una relazione tra soggetti. Secondo questo modello lo strumento di conoscenza non è più lo sguardo il quale “crea distanza, oggettivizza e controlla”, bensì il tatto. Questo significa la capacità di “lasciarsi toccare” dalla natura entrando in una relazione con lei di tipo empatico.
La ricerca di Barbara Stimoli e Titta C. Raccagni va proprio in questa direzione. Il contatto fisico con l’altro da sé, con il minerale, permette di risignificare la materia, creando una relazione con essa. Una pratica somatica che è ascolto dello spazio fisico e dell’altro, in un cambio di prospettiva che partendo dal sé soggetto ricolloca l’oggetto, la materia, nella relazione, rivendicandone l’intelligenza e portandola su un piano paritario ed empatico.
La ricerca del duo artistico si muove tra il confine e le possibilità dello sconfinamento: quello poroso della materia, tra umano e altro dall’umano. Quello sinuoso del piacere, che viene ricercato e ri-significato a ogni esperienza. COMING TO MATTER fa parte di Pleasure rocks, progetto nato nel 2018 insieme all’artista visiva Alessia Bernardini in cui la ricerca si concentra proprio sulla relazione tra corpi umani e non umani, in particolare con la materia delle pietre e dei minerali, prendendo direzioni inaspettate e allontanandosi gradualmente dal focus antropocentrico.
Bisogna dirigersi verso una concezione antropo-poietica fisica e psichica dell’essere umano in reciprocità sociale, politica, culturale, religiosa, in dialogo con la sacralità della relazione terra-natura-ambiente, con gli altri per cogliere l’impatto delle relazioni dell’uomo con il suo circondario. L’idea della costruzione sociale e culturale delle comunità umane non può ignorare la necessaria interazione con le ecologie modellate dalle pratiche tecniche e semiotiche degli uomini.
Non ci basta riconoscerci vulnerabili per prenderci cura del mondo. Occorre anche un immaginario del
mondo che vorremmo perché, come scrisse Pia Pera, i giardini davvero belli sono quelli che aiutano a scoprire, a guardare e rispettare il più ampio giardino in cui vorremmo tutti vivere.
Prendersi la responsabilità di tutelare l’ambiente non deve essere qualcosa che nasce dall’emergenza e dall’angoscia, ma dalla possibilità di vivere insieme come esseri viventi legati dai desideri e dalle culture, ma anche radicati nella materia e accomunati dalla vulnerabilità.
Questo ripensamento del soggetto umano dovrebbe portarci fuori da quella secca e tragica alternativa
del mors tua/vita mea e motivarci a un lavoro di cura che è lavoro di tessitura in cui la salvezza include
sempre anche la creazione.
Una creazione che si avvale di un portato spirituale mai arido: i simboli (il giardino interiore, gli alberi) continuano a essere efficaci perché fanno parte della nostra cultura in senso ampio. Non esiste distinzione tra natura e cultura, solo integrando la natura all’interno della cultura possiamo pensare di continuare ad abitare il mondo ancora a lungo. La stessa metafora del giardino, filosofia del giardino unita a quella dell’abitare, veicola una visione complessiva della vita come unione di natura e cultura.
Il giardino accoglie questa verità interrogando il mondo in un dialogo ininterrotto, poetico, denso di sacralità: filosofia della vita proiettata nel domani, veste solenne dei paesaggi e dei giardini, da svelare per riconoscere il loro processo e interrogarlo in vista del futuro.
L’umanità ha sempre cercato di “fermare” la forma della natura in simboli o rappresentazioni più o meno realistiche con finalità rituali, o di catalogazione come nel caso degli erbari. Lo studio e l’osservazione delle specie vegetali ha permesso di comprenderne la natura e le dinamiche.
La forma di foglie, alberi, frutti, non è cambiata nel corso dei secoli: felci fossili sono giunte fino a noi dalla preistoria, in Val Grande è possibile osservare incisioni rupestri alberiformi (quelle presenti sulle rocce di Sassoledo hanno infatti ispirato il logo del Parco Nazionale della Val Grande), le pitture rupestri del sito di Serranía de la Lindosa, in Colombia, raffigurano piante e foglie.
Se chi pianta un giardino, come scrive Hugo von Hofmannsthal, ha da esprimere un’epoca così singolare, misteriosa, piena di vibrazioni interiori quanto mai ce n’è stata una, un’epoca infinitamente ricca di relazioni, un’epoca carica di passato e pulsante di futuro, similmente, l’arte fissa l’effimera esistenza dei viventi oltre il passaggio del tempo, fermando le brevi esistenze di umani, animali e vegetali nell’infinita temporalità della natura e della storia.
Da sempre l’umanità ha tramandato la forma delle materie naturali (tra cui gli esseri umani stessi), organiche e quindi soggette a deperimento e scomparsa, con il disegno e la rappresentazione artistica. Il segno trattiene la forma, ne lascia traccia, conservandone memoria e ricordo.
Così le opere di Lorenzo Gnata e Leila Mirzakhani fissano la forma di foglie e fiori, l’uno con esito grafico e scultoreo al contempo, l’altra con impronte di colore su tessuto, in moderni erbari che hanno ancora una volta come medium privilegiato il tatto.
L’approccio di Gnata alle forme vegetali si rifà al panismo, a un atteggiamento cioè sentimentale e immersivo nella relazione con la natura. Un dialogo con il mondo arboreo che nasce da un’esperienza totalizzante, panica appunto, che l’artista interiorizza ed esprime con un approccio grafico e scultoreo al contempo. L’uso della penna 3D con filamento in PLA permette infatti di fissare la forma e l’identità sfuggente delle foglie, disegnandone profili, nervature e dettagli, come nella miglior tradizione del disegno botanico. Lo strumento scelto permette però a Gnata di rendere tangibile la traccia grafica, dandole profondità scultorea. Entra quindi in gioco il tatto come strumento di conoscenza, di interiorizzazione di una forma destinata a scomparire con il deperimento della materia.
Anche il lavoro di Leila Mirzakhani parte dalla materia: da petali, steli, foglie, fili d’erba. Gli elementi naturali sono stampo e pennello con cui l’artista fissa sulla tela forme e colori. Composizioni spesso evanescenti, a tratti più marcate, che riecheggiano e conservano memoria della bellezza e delicatezza di fiori, piante, piccole pietre. Anche in questo caso, la relazione e la conoscenza passano dal contatto diretto tra mani, elementi naturali, colore e supporto. Teli di cotone e seta dialogano con le pareti di Villa Nigra, con gli affreschi e la preziosa carta da parati, anch’essa raffigurante una scena in natura, permeata della stessa atmosfera sognante, antica e vitale che Mirzakhani ricrea nelle sue opere.
Fare un giardino, in fondo, è un modo di invocare la natura – enunciare una sorta di preghiera in cui si sussurra la speranza di non averla ancora perduta. Per questo, non importa quali siano il disegno o le piante scelte, un giardino ci potrà persuadere solo quando trasmetterà sommessa la sensazione che vi vibri una qualche invisibile corda che riconnetta a un non so che di sorgivo e forse selvatico. Chiamiamolo un antico cercare, tra le piante, la vita.
È nei giardini più impenetrabili e misteriosi, quasi inaccessibili, che queste invisibili corde vibrano più forte. I giardini abbandonati, dismessi, parte di quel “Terzo paesaggio” teorizzato da Gilles Clément, sono tra i luoghi più brulicanti di vita, fondamentali per la conservazione della biodiversità. Parchi e riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili: le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie; le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico: sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana.
Di materia segreta e misteriosa sono composte le scene aperte dalle tele di La prima passeggiata, il polittico di Linda Carrara che è un’immersione nel verde talmente profonda da generare disorientamento, da confondere visione micro e macroscopica. Portali verso un giardino segreto, quello di ognuno, fatto di sedimentazioni, stratificazioni, mistero, oscurità e luce.
La natura è piena di giardini, ma per riuscire a vederli è necessario che noi mortali ci esercitiamo a costruire i nostri, a pensarli. E perché quelli spontanei sopravvivano (garantendo a loro la nostra, di sopravvivenza) è necessario che si impari a trattenersi, a volte, a non agire, non intervenire, permettendo quella stratificazione di specie e di significati che è unica garanzia di un giardino, luogo fisico o interiore, capace di adattarsi alle sfide che l’attualità ci propone.
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