COME STANNO I MIEI PIEDI?

Aggiornamento: 7 set 2025
scritto a febbraio 2025
Da qualche anno mia nonna Marina ha un problema con i suoi piedi.
All’inizio erano freddi. Anche d’estate, anche ad agosto.
Non c’è borsa d’acqua calda o calza di lana che tenga, il risultato è sempre lo stesso: “g’ho i pe’ gilà”.
Da quando vive in RSA, da luglio, i piedi non sono solo freddi, ma pare stiano rivendicando una certa autonomia dalla persona che se li porta attaccati alle gambe da ben 98 anni.
Sia chiaro, a livello fisico i piedi di nonna se ne stanno dove son sempre stati, sempre al loro posto alla fine delle gambe.
Ma nel sentire di nonna cercano di sfuggirle, se ne vanno in giro per conto loro e se si allontanano, hai voglia a farli tornare!
Qualche volta sfuggono sopra all’armadio che sta di fronte al suo letto, altre volte cercano di sgusciar fuori dalle coperte di lato. E poi non bisogna disturbarli se dormono: qualche giorno fa per esempio, lei era sveglia, ma loro erano accovacciati “là in fondo al letto”, e guai a muoversi, altrimenti si sarebbero mossi anche loro senza più riaddormentarsi per chissà quanto tempo.
Continuano a essere freddi a detta sua, le punte in particolare. Ma subito dopo aver lamentato di avere le dita ghiacciate, ecco che chiede “Come sono i miei piedi?”. E allora le rispondo “Sono caldi, li ho appena toccati, ti ho messo lo scaldino”. Questa conversazione si ripete per decine di volte ogni volta che sono con lei. A volte si stupisce di averne due, a volte ne ha anche di più.
Questa mattina mi ha detto “Non so come stanno i miei piedi. Non li conosco”. Allora le ho detto che stanno bene, che sono ancora attaccati alle sue gambe e che in realtà li conosce bene perché sono con lei da quando è nata. Quei piedi l’hanno portata all’alpeggio dello zio quando da bambina i suoi genitori la mandavano a badare alle capre, e per arrivarci dovevano attraversare ruscelli, calpestare prati e rocce, camminare in salita e correre verso la polenta con il latte che l’aspettava lassù. Sono gli stessi piedi che hanno ballato nelle domeniche pomeriggio con le amiche, fino a quando hanno incontrato un altro paio di piedi con cui danzare insieme e poi rincorrere due bambinetti vivaci.
Quei piedi sono stati a mollo nell’acqua delle risaie per lunghe giornate, camminando all’indietro per trapiantare le piantine di riso, e qualche volta hanno dovuto correre a rifugiarsi nei fossi perché i tedeschi sparavano sui campi dagli elicotteri.
Ma hanno anche pedalato, con sole o pioggia, verso il treno che li avrebbe portati in fabbrica a Novara.
Quel paio di piedi, con quelle caviglie sottili che ho sempre invidiato, hanno seguito la me bambina quando proprio lei mi ha insegnato a camminare, e per l’entusiasmo non smettevo più di girare intorno al tavolo della cucina. Sono corsi verso di me per salvare il gattino che stavo pucciando in acqua per gioco. Hanno camminato accanto ai miei nelle lunghe passeggiate al mare, a Rivazzurra. Hanno pedalato e camminato per portarmi a scuola e venire a riprendermi.
Quando hanno iniziato a rallentare, quei piedi sono spesso stati accompagnati su e giù per le scale dal passo altrettanto lento delle zampe di Teo, che faceva i gradini uno alla volta per evitare di farla inciampare.
Poi quei due piedi si sono visti affiancare un bastone, il passo sempre più lento e faticoso finché, da luglio, hanno smesso di poggiare a terra. Prima sostenuti dai poggiapiedi della sedia a rotelle, poi sistemati in pianta stabile al fondo del letto.
Ed è da quel momento che hanno iniziato a fare i loro giretti immaginari, a scappare via da sotto le coperte, a muoversi e a ribellarsi, fino al punto che nonna pensa di non conoscerli più.
Ma ogni ricordo che svanisce nella sua memoria, ha un posto sicuro nella mia.
Ogni passo che non ricorda di aver fatto, muove i miei, che ho imparato da lei come si cammina.
Il 30 marzo 2025 mia nonna Marina mi ha lasciata. Mi manca ogni minuto di ogni giorno, ma ogni tanto ci abbracciamo forte nei miei sogni.



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